mercoledì, agosto 29, 2007
Immigration office
Ci sono persone che scrivono di cose che conoscono poco e altre che si limitano solo a quello che conoscono molto. Poi ci sono tutti quelli del mezzo, che prendono qualche briciola di informazione scrupolosamente raccattata dal tavolo e ci fanno un post millefoglie, con visioni soggettive, commenti, dati e citazioni.
Ecco, io mi colloco nel mezzo, quindi fate finta che vi abbia già fornito i dati e le citazoni e lasciatemi sbrodolare la mia sudata visione soggettiva. Di commenti non ce ne sarà bisogno.

Le dogane aeroportuali americane. Visto il numero di timbrini sul passaporto, ho una certa esperienza di invasione totale della privacy da parte di sconosciuti in divisa sotto una bella luce al neon che ne anima tristemente il gabbiotto. Non abbastanza esperienza da poter dire la mia, però, dato quanto sopra, mi permetto tranquillamente di farlo lo stesso.

Dei vari agenti sparsi per il mondo, gli americani sono, da cliché, i peggiori. Mica tanto perché devono o vogliono seguire una procedura più rigida di tutti gli altri (in ordine, a me o a compagni di viaggio, hanno chiesto: chi è tua madre, cosa fa tuo padre, dove sei stato, perché, ma sei sicuro non è che mi spari una balla, perché devi andare in vacanza, perché non te ne stai a casa tua, quanti soldi hai nel portafoglio, se non parli inglese non puoi farti aiutare dal tuo amico ma devi rispondermi lo stesso a tono e subito, hai mai avuto problemi con la polizia, sai leggere l'inglese sì allora leggi il cartello e stai dietro la linea, stai zitto e rispondi quando te lo chiedo, dove li trovi i soldi, che fai cazzeggi per tre mesi, e via così ad libitum) ma perché li vedi che sono pronti al manganello. Quando non capiscono (e alla terza parola di un discorso autonomo ci puoi giurare che non capiscono) iniziano ad agitarsi sulla sedia. Con le dita aperte a ventaglio sulla tastiera ti guardano negli occhi e li vedi che ti valutano come possibile criminale bombarolo. Ogni paroletta fuori dal protocollo fa scattare la manina al pulsante rosso sotto al tavolo, che chiama l'omino o la donnina della security togliendo il malcapitato d'impaccio. Dopo il salvifico pulsantino rosso il malcapitato non ti parla più, perché è libero da te e dalle tue potenziali bombe. Solo un "Have a nice day" di rito e un po' per sfottere.

Per chi volesse avere una maggior probabilità di provare poi il brivido del secondo controllo, le paroline da usare sono: Cuba (per la corsia preferenziale e un'attesa di tre ore), parente (perché tu intendi: vado in visita negli USA da un parente, così scrocco un paio di settimane di vacanza, mentre lui o lei legge: vado a raggiungere un parente da cui vivrò per sempre da immigrato illegale lavorando in nero e spacciando droga), doppi documenti (nel senso di vecchi e nuovi, da confrontare, perché sto cambiando scuola), souvenir di vario genere, magari nel bagaglio in stiva. Se invece si vuole essere rispediti al via senza ritirare le ventimilalire, andare sulle sicurissime: babysitter, cercare lavoro e cameriere.

Una volta pronunciata una qualsiasi formula magica premipulsante e passati nelle mani della security, si viene introdotti nello stanzino dei peccaminosi, coloro che non hanno perso il diritto di: parlare al telefono, ascoltare ogni tipo di musica (ipod, lettore CD o la propria voce), parlare con i vicini, vedere i compagni di viaggio e avvisarli che no, non ce la farò, salvatevi almeno voi. I reietti non sono degnati della parola, se si esclude un "prego si sieda la chiamiamo noi", ovvero la risposta standard a tutte le domande e le esclamazioni, compresa quella "il mio aereo sta decollando adesso". Dopo essere stati frollati con un paio d'ore di alienamento al neon (che sono certa hanno inventato quelli dell'FBI per distruggere i nervi alla gente) si passa alla perquisizione fisica e morale (il perché il percome e il non ti vergogni, insomma) e alla mia parte preferita: le domandine incrociate. Tipo:

cosa fai in USA?
studio.
qui risulta che inizi a settembre
si, ma visto che voglio finire prima mi son portata avanti e faccio i corsi estivi
no, non li fai, qui c'è scritto che inizi a settembre
questa è la tessera per entrare a scuola. secondo lei perchéme l'avrebbero data 2 mesi prima?
le domande le faccio io
questa è la tessera della scuola
hai pagato la scuola?

qui risulta che inizi a settembre, come mai hai già pagato?
perché faccio i corsi estivi
hai le ricevute?
sì, a casa
devi portartele dietro, oppure vuol dire che inizi a settembre. Sei sicura di avere pagato?

Come mai?
Non mi farebbero entrare a scuola. Tessera...
cosa sei andata a fare un weekend in Canada?
sono andata a fare un weekend in Canada. Vacanza.
Perchè?
Perché sono andata in vacanza?
Sì, come mai?
(silenzio meditativo sulle ragioni per cui la gente va in vacanza)
perché avevo un weekend libero.
Perché, cosa fai negli USA?
Studio.
Qui risulta che inizia settembre. Non è che cazzeggi?
No, studio. Ma se anche fosse?
E dove li prendi i soldi?
C'è scritto qui.
E cosa fai a cazzeggio per tre mesi?
Non sono a cazzeggio
Che fai, lavori per caso?
No, studio.
Ma perché sei uscita dagli USA? Non potevi stare lì? Tanto eri praticamente in vacanza.


E così via, come una marea, fino all'attimo esatto in cui guardi l'orologio e immagini il rumore dell'aereo che decolla e il video di sicurezza su come si allacciano le cinture. In quell'istante, anche con la domanda a metà, l'incanto svanisce e vinei rispedito nel mondo dei passeggeri con il tuo timbro di ingresso e un indistinto "non farlo più" riferito a cosa, poi chissà.

Ti attendono, come la avemaria in chiesa, un numero di ore da passare al "diutifrì" proporzionale alla gravità del tuo peccato.
 
posted by www.mauriziamancini.com at 10:30 PM | Permalink | |